lunedì 29 gennaio 2018

Sul Nanga Parbat una via che si chiama Mackiewicz-Revol


In questi giorni si è scritta una pagina importante dell’alpinismo himalayano. Una storia tragica. Un soccorso titanico. Di uomini senza eguali. Siamo stati in trepidazione, tutti noi, per le sorti degli alpinisti. Abbiamo gioito quando Elisabeth Revol è finalmente salita sull’elicottero per essere condotta a Islamabad e quindi in ospedale. Abbiam tirato, tutti, un sospiro di sollievo: Elisabeth è salva.

Ma un nodo alla gola spezza la gioia: lassù a 7.200 metri, forse morto, forse ancora in agonia, c’è Tomek Mackiewicz. Un duro pure lui. Nel fisico, nella testa. Ma per lui non c’è stato nulla da fare. Il meteo ci si è messo contro. Quei salvatori non potevano proprio farcela a salire a quella quota e poi c’era da portare al campo base la Revol. Una decisione obbligata.

Tomek resterà lì, almeno per il momento. Lì dove l’ha salutato Elisabeth. Resterà sulla sua montagna, dopo esserci salito finalmente. Se n’è andato con questo pensiero, forse. Essere salito in cima agli 8.126 metri al settimo tentativo. Se n’è andato pensando alla moglie, ai suoi tre figli. Alle tante vette raggiunte, ai tanti giorni trascorsi su quella montagna. Dopo l’evacuazione di Revol, nella tarda mattinata si è tentato un disperato salvataggio. O meglio: cercare di allertarlo. Facendo partire un elicottero che visionasse lì a quella quota. È stato risposto di no, troppo pericoloso con quel meteo in arrivo, e i velivoli non superano i 6.000 metri. Ma Tomek ormai aveva il destino segnato. Perdere la vista, significa che sei messo male. Forse troppo rischio per nulla? La macchina dei soccorsi, comunque, pare, sia stata organizzata e si sia mossa per salvare Revol. Se il meteo reggeva anche oggi, chissà…

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Quanto monotona sarebbe la faccia della terra senza le montagne.

Immanuel Kant

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